SOGNALANDO

giovedì, marzo 16, 2006

Il fiume


Migliaia di persone si trovavano in riva al grande fiume indiano ed iniziarono ad avanzare con le braccia rivolte al cielo incuranti che presto l'acqua avrebbe coperto i loro corpi.
Per parecchi minuti tutti sparirono e Ra non avrebbe mai immaginato di poterli vedere riemergere. Il tratto da percorrere camminando sul letto del fiume era abbastanza lungo e nessuno di loro avrebbe potuto salvarsi soltanto trattenendo il respiro. Il rito di purificazione era inspiegabile.

Tutta la città era in fermento, grandi tronchi altissimi erano stati issati sopra i tetti dei palazzi ottocenteschi. Venne tirata una grossa fune da una costruzione all'altra. Appesa, una piccola cabina di legno che doveva scivolare da un palazzo all'altro solo con la spinta delle braccia dei suoi occupanti.
La funivia improvvisata non era molto sicura ma gli anizani che vi avevano preso posto per sottoporsi al rito non erano per nulla preoccupati, anzi ridevano.
L'altezza da terra era veramente rilevante e in caso di caduta nessuno si sarebbe salvato di certo. Tutt'intorno una folla chiassosa ed esagitata faceva da contorno a quella rischiosa scena.

Alcuni amici di Ra si erano allontanati dal centro abitato e passeggiavano tranquilli sull'argine più a sud. Piccole strane imbarcazioni fatiscenti con apparentemente nessuno a bordo transitavano in senso opposto.

giovedì, marzo 09, 2006

Il castelletto

L’edificio visto dal di fuori era molto armonioso ed inizialmente Ar non si era accorta che quell’ala era solo una parte del castello.
Un enorme giardino bellissimo e curato circondava la vasta proprietà. Il portone d’entrata era di ferro pesante e dava accesso ad un portico di collegamento tra l’unità principale e quella secondaria. Una cinta muraria, tutt’uno con i piani nobili disegnava il confine con la strada. Sulla sinistra una grande costruzione con ampie finestre verdi in buono stato di conservazione dava l’impressione di non essere abitata.
L’ampio giardino aveva al centro una strana costruzione quadrilatera con scalini e una specie di scultura in pietra a forma di tastiera di pianoforte che suonava, le note erano metalliche simili a quelle di un carillon. La lieve discesa del prato favoriva la corsa verso il confine sud delimitato da una lunga fila di alberi rigogliosi.
Era la prima volta che Ar entrava in quella casa, pur sapendo che la sua famiglia vi risiedeva da tempo.

In quei giorni in paese si celebrava la tipica rievocazione e il castello da li a poco si sarebbe trovato al centro delle attenzioni di tutta la contea.
Prima dell’invasione però lei si godeva la calma prima della tempesta.
D’improvviso sentì un fruscio molto forte, si girò di scatto e vide un enorme uccello che dall’edificio minore si dirigeva verso di lei ad un altezza di circa cento metri. Rimase a bocca aperta e cominciò ad urlare “Madre, madre vieni e vedere, presto”.
La madre corse fuori trafelata pensando fosse successo qualcosa.
“Ah si hai visto che meraviglia” disse sollevata “è una tipica danza di benvenuto, ogni tanto lui si diletta così”.
Ar era estasiata dall’armonia dei movimenti del volatile, planando con le ali disegnava un cerchio nell’aria sempre più stretto finché la sua mole glielo consentiva, ogni tanto guardava giù e faceva uno strano verso.
“Che meraviglia” escamò Ar mai visto niente di simile.
“E’ qui da molti anni” rispose la madre “ne sa più lui di tutti gli abitanti del borgo, non so dirti quanti anni abbia, inoltre è di una specie sconosciuta, un incrocio tra un’aquila e un condor”.
Cru Cru, così lo battezzò Ar, continuò a volteggiare ancora per parecchi minuti mentre la ragazza esaminava a palmo a palmo quella meraviglioso angolo di verde.
E’ vero si aveva un lavoretto da fare ma non trovava ancora l’ispirazione giusta, doveva trascrivere in pezzo che gli ronzava in testa dalla mattina, aveva provato utilizzando il pianoforte di pietra da giardino ma niente. Poi la madre le aveva chiesto se l’aiutava a cercare un po’ di gomme da cancellare tra le carte sparse sui tavoli e lei aveva obbedito senza tanto pensarci.
Mentre gironzolava nei pressi dell’edificio dalle finestre verdi si accorse di una strana scaletta che correva lungo il muro esterno del retro. Sulla sommità una costruzione molto strana, sembrava un nido ma coperto di cera. Certo che quell’animale era davvero originale, comunque non si soffermò molto ad osservare non voleva infatti spaventarlo.

Decise di ritornare in casa per imparare almeno dove fossero le varie stanze. Salì gli scalini e si accorse immediatamente che sulla destra c’era una lunga fila di interruttori strani. Iniziò a schiacciarli un po’ a caso. Con i primi tre non succedeva niente, premette in quarto e subito un fracasso ferroso si distinse nella quiete pomeridiana. Era quello che apriva in cancello di ferro dell’entrata.
“Ah bene” pensò Ar “a questo ci devo stare attenta”. Dopo aver osservato meglio si accorse che ogni bottone aveva infissa una targhetta con delle scritte molto antiche addirittura fatte con un pennino, sbiadite dal tempo ma leggibili.
Mentre il portone si apriva entrò un ragazzo, lei si accorse affacciandosi dalla finestrina che dava sulla strada.
Scese in fretta le scalette e gli chiese “Ciao che succede?”.
“Niente” rispose lui, “sono un po’ in anticipino, adesso arrivano gli altri”.
“Gli altri?” ribattè Ar.
“Ma si la festa, te ne eri dimenticata?”
Ar si rese conto che da li a poco il castelletto sarebbe stato invaso da una folla di persone che lei non conosceva ma che sapevano bene che cosa fare.
Non fece in tempo a girarsi ed altri entrarono e si diressero verso l’edificio minore, già vestiti per l’occasione.
Il primo ragazzo non sapendo chi fosse, si diresse verso la cascinetta e uscì con in grosso telone verde.
“Che fai” chiese Ar.
“Ma niente, questo telone me lo porto a casa, tanto ai proprietari non serve”.
Il poveretto non si era accorto evidentemente con chi aveva a che fare e lei non ebbe il coraggio di dirglielo. “Povero ladro” pensò.
Nel giro di pochi minuti il portichetto era diventato l’ombelico del mondo, ragazze che scaldavano la voce da soprano, ragazzi che preparavano una specie di broda per gli artisti da mangiare subito, altri che si cambiavano d’abito. Ar indossò la sua tunica ben consapevole di essere esattamente nel personaggio.
Dalla pseudo cucina allestita li per li, iniziarono a scodellare una broda veramente strana. Dicevano fosse inglese e già da li le perplessità erano tante. Di colore biancastro non aveva nulla a che vedere con un qualsiasi minestrone. Tutti la mangiarono senza fare tante storie, Ar ne mise in bocca una cucchiaiata, era pessima, ma il cuoco improvvisato era davanti a lei e la guardava aspettando un responso. Controvoglia la mangiò quasi tutta pensando che fosse la cosa più orribile che avesse ingerito da che era al mondo.
Appoggiò il piatto sulla pila che nel frattempo si era formata ed uscì in giardino alquanto disgustata.
A quel punto si ricordò che non aveva chiuso la porta delle stanze private. Salì di corsa le scale, c’era gente dappertutto e la madre non si vedeva. Iniziò a chiamarla a gran voce ma niente.
Alcuni energumeni uscivano dal bagno e senza curarsi appoggiavano sacche e quant’altro dove capitava. Quella situazione la irritava parecchio così fermatasi al centro della cucina iniziò a gridare.
“Signore, scusatemi, signori” nessuno l’ascoltava.
“SIGNORI” a questo punto tutti si fermarono e si rivolsero verso di lei. “Vi prego di uscire tutti di qui”.
“Per quale motivo” rispose una personcina con fare sbruffoncello che scendeva le scale della camera da letto dei nobili.
“Questa è una zona privata, non è aperta al pubblico” urlo Ar.
“Beh allora potevate chiudere la porta” rispose un uomo dalla sala da pranzo che aveva già appoggiato tutte le sue cose sul tavolo.
Ar era molto indispettita, non rispose oltre, tanto era inutile stare li a spiegare, si affacciò alla finestra, vide la biglietteria aperta e tutti i figuranti schierati in bella mostra.

domenica, febbraio 26, 2006

Le arance

Terry era passata a salutare un suo conoscente ma alcuni soldi di moneta erano scivolati dal suo portafoglii producendo un gran tintinnio che aveva attratto l’attenzione delle altre persone che affollavano la sala.
Una ragazza le si avvicinò per aiutarla a raccoglierli. “Sono suoi” chiese con fare gentile.
“Si” rispose Terry. “Ah bene” disse la giovane. “Anche questi strani medaglioni?”. “No, precisò Terry sono del mio amico li metta pure sopra il tavolo non so perché fossero sul pavimento”.
Terry ripose nuovamente il portafogli gonfio all’interno della borsa e si alzò avviandosi verso l’uscita.
“E te ne vuoi andare senza salutare"tuonò una voce da in fondo la stanza”. Il suo amico stava in piedi e la fissava sorridendo. “Ma eri così impegnato, non volevo disturbare” sibilò.
Lui era sempre stato ambiguo nei suoi confronti ma senza fiatare espletò le formalità di rito e lo salutò con un sonoro bacio sulla guancia.

La giornata era limpida e soleggiata ma a quanto pare gli incontri non erano finiti.
Appena uscita dall’edificio il suo sguardo incrociò immediatamente una faccia molto conosciuta. “Lillo” grido. Era lui, le venne incontro e l’abbraccio fino a stritolarla.
“Ma che fai da queste parti” attaccò l’amico. “Ma niente un giretto” rispose Terry. “Che hai in quel sacchetto?”.
“Sono andato al mercato ed ho comprato dei fiori che si mangiano, una figata, assaggiali” e gliene porse uno.
“Buonissimi, squisiti” aggiunse Terry. “Che stranezze non li avevo mai mangiati”.
“Vieni” disse l’amico “andiamo da questa parte”. “Ma no voglio prendere l’altra strada” rispose la ragazza. Camminando nella direzione scelta con la testa girata verso di lui finì in una montagna di sabbia, si sporcò i piedi protetti sono da un paio di sandali infradito.
“Non esiste” insistette lui “vieni” e la tirò per un braccio.
“Che fastidio” disse Terry e si spolverò i piedi alla menopeggio.
Durante il tragitto i due camminavano a braccetto raccontandosi le ultime cose successe dall’ultima volta che si erano veduti.
Dei barboni dormivano sul ciglio della strana alcuni molto giovani. Terry fu abbastanza disgustata e pensò che una volta certe scene non si vedevano e che da li a poco si sarebbe arrivati ad una situazione ottocentesca e qualcuno avrebbe avuto la bontà di accoglierli in casa per impedire che morissero di freddo. Mentre il suo cervello pullulava di supposizioni Lillo si era avvicinato a loro ed aveva comprato alcune arance. Era proprio un pazzo visto che la scarsa qualità dei frutti era risaputa da tutti, li andavano a prendere nei cassonetti dei supermercati. Sembrava più un alibi per dargli dei soldi. Mise dentro al sacchetto pure quelle.
La vecchia strada per arrivare al ponte non c’era più, al suo posto una casa ed un passaggio stretto a lato del nuovo edificio.
Decisero di percorrerlo e girato l’angolo si trovarono davanti alcune persone malconce, una portava un gesso ad una gamba. Era una strana scena, stavano li seduti all’interno di questo giardinetto e guardavano la gente passare. I loro visi erano pure strani e si vedeva che non avevano tutte le rotelle al loro posto.
Ormai la città era cambiata in molti particolari che gli abitanti non vedono ma i forestieri si.
Il fiumiciattolo non scorreva più sotto al ponte, era stato deviato, al suo posto una strada lastricata di ciottoli. Un lungo corteo la stava percorrendo in quel momento e lanciava fuori a destra e a manca.
Terry tirò fuori un’arancia ma come supponeva aveva uno strano colore, insomma era andante.
“Vedi” disse a Lillo “questi frutti sono immangiabili.” L’amico scosse la testa come per dire che non era scemo e lo sapeva anche lui. “Beh ogni tanto però qualcuna è mangiabile”.

giovedì, febbraio 02, 2006

Il vecchio


Il fiume scorreva a ridosso della casa il cui angolo rompeva l'onda impetuosa. Nonostante la gran massa d'acqua, la cantina non si era allagata e la situazione non era per niente critica.
Giorni prima alcuni bambini del paese erano andati a giocare sulle rive dell'Adige, nel tratto in cui la massa d'acqua taglia a metà la città. Si erano divertiti moltissimo, nessuno aveva timore.
Gilli girava per il grande ospedale disorientata, le altissime stanze con travatura in legno erano meravigliose. Non voleva ammetterlo ma si era persa. D'un tratto un vecchio appoggiato ad una parete parve riconoscerla ed iniziò ad urlare.
"Tu sei la figlia di Airam, tu sei la figlia di Airam". Gilli rimase sconcertata cerco di affrettare in passo ma questo la seguiva imperterrito.
"Ti ho riconosciuto" continuò "hai un non so che. Lascia che ti accompagni per un pezzo così facciamo due chiacchere".
Gilli non seppe far altro che accettare, come poteva trattare male un povero vecchio. Non smetteva mai di parlare e di decantare le meravigliose giornate passate assieme alla madre, compassionevole e gentile con tutti.
Gilli non aveva il coraggio di fermarlo tanto lui sembrava ispirato ma avrebbe voluto tappargli la bocca per non sentire una parola di più. Era uno strazio per lei sentir parlare di una persona ormai scomparsa.
Dopo aver attraversato numerose sale dalle volte a crociera altissime finalmente arrivarono ad una scalinata.
"Beh" disse il vecchio "adesso ti devo lasciare, devi proseguire da quella parte. Gilli fece un giro a duecento settanta gradi e vide in fondo al viale un cimitero. Rimase molto scossa non si era accorta fin dove era arrivata.
"Lascia stare" ammonì il vecchio "tu non devo andare in quella direzione ma da quest'altra " ed indicò un altro viale in direzione opposta.
"Beh" continuò l'uomo con le lascime agli occhi per la commozione " prima di lasciarti voglio darti un bacio". Si avvicinò a lei e le diede un bacio sul capo, come fanno di solito i nonni. "Hai il suo stesso profumo" mormorò.
Gilli rimase un pò scossa ed iniziò a scendere dalla rampa di sinistra dell'enorme scalinata settecentesca.

domenica, gennaio 22, 2006

La biblioteca perduta

Sponky e suo fratello avevano deciso di andare al mare a trovare amici di vecchia data per passare un po’ di ore in allegria. Le stanze per i turisti erano a forma di igloo con un piano rialzato dove si potevano sistemare sacchi a pelo e valigie.
Quel giorno il mare era molto mosso e non era il caso di avventurarsi al suo cospetto a causa delle forti folate di vento che spazzavano la costa.
Sponky decise di fare un salto nel centro del vecchio paese perché aveva qualche commissione da fare. Uscì dall’igloo, salì le scale che portavano nel piazzale superiore ed inforcò una biciclettina trovata nei pressi del mare. Sulla sinistra l’orizzonte era occupato da quell’enorme massa d’acqua gonfia che sembrava dovesse da un momento all’altro riversarsi sulla costa. Era un panorama veramente affascinante. Nonostante il vento insistente, alcuni barchini erano usciti e lottavano strenuamente.
Sponky arrivò finalmente nel centro del paese, parcheggiò la bicicletta e salì le scale di quel lunghissimo edificio a due piani, una specie di centro commerciale antico. Prima cosa che doveva cercare era la biblioteca per restituire un libro il cui prestito era scaduto. Nell’ultima sua gita al mare, complice la bella giornata, si era recata in biblioteca per prendere un libro che aveva divorato in due giorni di spiaggia.
Si ricordava benissimo dove era l’istituto ma prima aveva un appuntamento con una sua amica che doveva acquistare un abito particolare per la serata.
Entrò nell’enorme negozio e la trovò già li intenta a guardare i modelli che la commessa le stava proponendo.
Quando Gemma si girò e la vide le lanciò immediatamente un sacchetto che sorreggeva con la mano destra.
“Ti ho portato in tuoi costumi” esordì “grazie di avermeli prestati”. La commessa rimase un po’ allibita non si era resa conto che aveva a che fare con gente del mestiere.
“Mi ha fatto piacere prestarteli” rispose Sponky, “l’ultimo modello è particolarmente azzeccato per le serate fredde”.
“Mi scusino se mi intrometto” disse con un sibilo di voce la commessa “potrei dare un occhiata ai vostri costumi?”.
“Per me nessun problema” replicò Sponky.
Mentre la commessa ammirava estasiata gli abiti, Gemma attaccò un discorso al limite della sopportazione. Si lamentava di tutto, della nuova commedia che doveva interpretare, dell’aria di mare appicicaticcia, della commessa incapace, del suo nuovo fidanzato. In mezzo a questo turbinio di parole Sponky si distraeva e rivedeva la scena in cui indossava l’ultimo abito di scena.
“Ma questo è meraviglioso” interruppe bruscamente la commessa “sarebbe così gentile da provarlo? In questo modo potrei prendere le misure e far realizzare dei modelli simili”.
Sponky guardò l’amica un po’ incuriosita, sembrava una strana richiesta, ma non ci vedeva niente di male.
Indossò il pesante abito e lasciò che l’addetta facesse il suo lavoro, davanti al lei troneggiava un quadro di una dama di fine settecento dall’aria familiare, nel frattempo Gemma, sempre più nervosa guardava rabbiosamente gli altri abiti del negozio.
“Accidenti, qui non c’è niente che faccia al caso mio” urlò stizzita.
“Ti prego Gemma calmati” sussurrò Sponky “vedrai che qualcosa si trova”. Toltasi in fretta l’abito Sponky cercò in tutti i modi di decantare la merce che vedeva ma non c’era nulla da fare. Propose all’amica di riprendersi indietro la merce prestata e riutilizzarla per l’ennesima volta. Gemma accettò di buon grado la salutò con un bacio ed uscì sbattendo la porta.
Sponky si diresse verso l’uscita nella direzione della biblioteca, arrivò in fondo al corridoio ma non trovò la porta solo una lastra di marmo. Non riusciva a capire, il mese scorso la biblioteca era proprio li, non era possibile che qualcuno l’avesse spostata ma nemmeno che si fosse sbagliata. Mentre cercava di fare chiarezza si accorse che una grande porta automatica con due ante posta sulla destra si stava chiudendo automaticamente. Vi si gettò in mezzo rischiando di venire stritolata.
“Cosa fa, si fermi, è impazzita.” Una donna urlando corse fuori dalla pasticceria fino nell’atrio dove erano sistemate le porte.
“Devo passare” disse a fatica Sponky, già mezza incastrata.
“Ma lei vuole farsi ammazzare” replicò una seconda che giungeva dal retro.
Sponky con tutta la forza che aveva riuscì a sottrarsi a quella morsa paurosa e cadde a terra fragorosamente.
“Ma si rende conto che ha rischiato lo stritolamento?” urlò concitatamente la prima “la chiusura è automatica e non si può fare niente per fermarla”.
Sponky si alzò un po’ ammaccata guardò le due donne che avevano ancora in faccia un’espressione terrificata e cercò di abbozzare qualche scusa ma in realtà non capiva nemmeno lei, aveva agito d’impulso. Chiese informazioni sulla biblioteca ma quelle sembravano cadere dalle nuvole. Non ci capiva più niente.

venerdì, gennaio 20, 2006

La locanda-osteria

Lille aveva deciso di rimanere in quello Stato per un anno e con una telefonata lo aveva comunicato ai suoi conoscenti più stretti. L’osteria che aveva affittato con alcuni membri della sua famiglia non era per così dire un esempio di edificio ben tenuto ma a lei non interessava più di tanto. L’etnia dalla quale discendeva non badava molto alla forma, era la sostanza la cosa più importante, e su questo non c’era veramente niente da eccepire.
Ogni stanza dell’osteria-locanda comunicava con almeno altre due, una sorta di casa-bottega come si usava ancora in alcuni vecchi edifici.
Nel momento il cui lei aveva deciso di prendere la gestione di quel posto, abbandonato da anni, si era verificata una sorta di rinascita. Molte più persone frequentavano l’osteria, forse affascinate anche dalla strana famiglia che vi si era insediata. Non era inusuale infatti trovare il padre di Lille addormentato sul tavolino della stanza sul retro alle sei del mattino, bastava scuoterlo delicatamente, lui apriva gli occhi ti ringraziava e se ne andava a dormire.
I fratellini o cuginetti più piccoli erano veramente carini, con gli occhi e i capelli neri come la pece, suchitavano subito un sentimento di affetto. Nessuno aveva capito bene ma uno di quel bimbi così carini era suo figlio.

Di fronte alla vecchia locanda-osteria si innalzava dolcemente la collina, sulla qualche era situato il vecchio monastero ormai abbandonato da tutti. Davanti all’ampia costruzione fatta ad elle un grande piazzale. Il tragitto dalla piazza all’osteria non era molto e correndo in pochi minuti si poteva percorrere.
Ogni tanto un venditore ambulante che aveva merce veramente originale, si fermava sul piazzale della veccia casa dei frati aspettando che qualcuno andasse da lui.
Quel giorno c’era molto fermento nell’aria, Lille aveva deciso di fare una specie di festa-cena per i pochi ragazzi che ancora resistevano da quelle parti e naturalmente l’ambulante non si era fatto scappare l’occasione di racimolare qualche soldino.
Seda era contentissima che Lille avesse deciso di rimanere per un po’. Solitamente non acquistava nulla, il denaro in tasca era sempre poco. Si avvicinò alle mercanzie dell’ambulante e guardò all’interno della teca dove erano conservati gli orecchini. Fu colpita immediatamente da un paio di ciondoli strani ma Lille le fece notare un altro orecchino spaiato di notevole bellezza e rarità. Non indugiò oltre, voleva quello. Pagò ed indossò il gioiello pur sapendo che da li a poco avrebbe dovuto toglierlo a causa della sua infezione per i metalli.
Nel frattempo la gente cominciava ad affollare il luogo e sulla collina erano stati esposti tutti i cimeli ritrovati all’interno del convento. Strani attaccapanni, mobiletti di legno, sedie particolari. Già dalla sera prima si trovavano li e purtroppo la pioggia della notte non li aveva risparmiati. Seda fece un rapido controllo ma niente per fortuna si era rovinato.
Quando ritornò correndo all’osteria si ricordò le era successa una cosa un po’ particolare. Nel retro della casa Lille aveva parcheggiato la sua macchina con la parte posteriore rivolta verso la saracinesca per facilitare il carico-scarico delle cibarie. Finché effettuava l’operazione si era accorta di un pacchettino quadrato avvolto in carta da regalo. Gli venne immediatamente un tuffo al cuore, Lille si era ricordata del suo compleanno, passato da poco e le aveva fatto una sorpresa.
Apri il pacco ma già una strana frase scritta sul retro della carta le fece sospettare qualcosa. Il dono non era per lei ma per un certo ragazzo che aveva visto il giorno addietro. Lille sembrava molto interessata a lui ma Seda non ne capiva il motivo visto che non le sembrava un granché. L’indomani avrebbe chiarito il malinteso.

Il mattino seguente molta gente si aggirava per i due poli di attrazione di quel territorio sconfinato e dimenticato. Seda decise di dire a Lille dell’errore ma lei non dimostrò molto interesse a questo fatto.
“Seguimi” intimò “accompagnami al negozio per bambini nella città vecchia”.
Era quasi impossibile muoversi quel giorno tutti i festaioli del paese giunti per l’occasione le seguivano ogni volta che captavano qualcosa di buono.
Lille e Seda, per fortuna il seguito rimase fuori, entrarono nel negozio di abiti per bambini. Lille andò sicura verso la vetrina, adocchiò un paio di pantaloncini corti e si girò verso la commessa. “Ne vorrei ordinare 45” disse.
“Non so se li abbiamo in negozio” rispose la donna.
“Non importa me li faccia arrivare” precisò stizzita Lille.
“Ma a che cosa ti servono” chiese Seda. “Adesso non ha importanza” tagliò corto l’amica.
“Guarda” riattaccò Seda “ti ho portato questo pacco perché erroneamente l’ho aperto pensando fosse diretto a me”.
“Non ha importanza” sussurrò Lille” devo darlo ad un ragazzo, tra l’altro è qui dietro, l’hai visto?”.
“Si ho capito chi è, rispose “non l’avevo tanto notato”.
Giunto in prossimità dell’osteria il gruppo si disperse ed ognuno andò a fare ciò che gli era stato assegnato.

L’intendente del luogo stava spiegando a Seda che per il momento non si poteva fare il mercato dei robi vecchi ma che Alled era andato con sua moglie a parlare con le autorità Iraniane per rendere operativo il passaggio di proprietà di quel luogo che nessuno rivendicava, il territorio del monastero era infatti situato in un altro stato e il confine passava proprio ai piedi della collina.
“Non si preoccupi signorina” disse l’intendente “è una questione di giorni, al governo iraniano non interessa nulla di quel vecchio monastero che confina con la nostra terra così libera e selvaggia. Sicuramente concederanno il comodato di 99 anni”.
Seda si tranquillizzò immediatamente anche se i modi un po’ troppo gentili dell’intendente le sembravano pesanti.
“Se viene con me le voglio presentare mia moglie” riattaccò appoggiandosi a lei un po’ troppo vistosamente.
Seda fu scossa da un brivido di disgusto e solo in quel momento si accorse che l’intendente pendeva dalle sue labbra e avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di mettergli le mani addosso.
Al quel punto finalmente aveva realizzato, era un po’ tarda in alcune occasioni e con una scusa riuscì a scivolare via dalle sgrinfie dell’intendente, veramente di aspetto vomitevole, grasso e non particolarmente acuto nei ragionamenti.
Visto che non si poteva fare il mercatino bisognava escogitare qualche altro modo per racimolare un gruzzoletto e pagare le tasse imposte per il rilasciò del contratto di affitto. La soluzione migliore sembrò quella di un punto bibite in piazza, un bicchiere di vino del costo di un neuron che ognuno poteva spinarsi dalla damigiana.

Il corteo

Il gruppo di ragazzi si trovava a pochi metri dal bar e sorseggiava un liquido verdastro alla menta. D’un tratto sul viale a lato della costruzione iniziò a snodarsi una strana processione.
“Ehi Midi”, urlò Brenda “hai visto che strano corteo la dietro”.
“Va la, che dici sei fusa” rispose stizzito il ragazzo.
“La, almeno girati” riattaccò lei.
La scena era abbastanza inusuale una fila di persone e di carri strani stavano percorrendo il viale del cimitero. Sulle strane vetture attaccati ai lati dei giganteschi disegni rotondi, una specie di medaglioni, con rappresentati dei personaggi con la barba lunga e uno strano copricapo. I ragazzi si girarono tutti ad osservare lo strano spettacolo.
“E’ un funerale ebreo” disse Brenda.
In quel mentre passarono sulla stradina antistante al piazzale due rappresentanti dell’ordine. Guardarono il gruppetto con sospetto ma non si fermarono a controllare alcunché.

mercoledì, gennaio 18, 2006

La collana


Dalla strada principale stavano arrivando i nemici, equipaggiati di tutto punto a bordo di un camion. Terry per fortuna li vide arrivare e si nascose dietro ad una collinetta.
Passarono senza notarla, lei corse verso la villa. Riuscì ad entrare e si appostò dietro ad un mobile a vetri. Troppo tardi una soldatessa che imbracciava un mitra era già saltata giù dal camion e con lei una altro viso giallo armato fino ai denti. Terry si sentì spacciata decise di impersonare l'unica parte che avrebbe presumibilmente interpretato pochi minuti dopo. La sia interpretazione della morte doveva essere parecchio convincente perchè l'uomo, ormai già a metà della stanza, si girò dalla sua parte e non la degnò quasi di uno sguardo. Aveva deciso di tenere gli occhi aperti, senza sbattere le ciglia una vera faticaccia ma ne valeva la pena.
Il militare si allontanò ma Terry non era ancora salva. La soldatessa era infatti poco dietro all'uomo e veniva inesorabilmente verso di lei. La paura attanagliava la sua mente ed ormai le si erano bloccate le palpebre, era spacciata. La donna le getto uno sguardo incuriosito e puntò dritta nella sua direzione. Aveva il cuore in subbuglio e anche un bambino avrebbe potuto vedere il suo petto tremare sotto i colpi di quel martello, ma il destino non voleva che venisse scoperta.
La militaressa orientale si fermò ad un metro di distanza e prese un oggetto appoggiato sopra il comò. La collana di perle che Terry aveva appoggiato il giorno prima, un oggetto di valore che evidentemente attirava la sua attenzione più di un cadavere. Si guardò intorno furtiva, mise in tasca la collana e se ne si dilaguò.
Terry si alzò da terra con le gambe tremanti, anche quel giorno doveva ringraziare la sua buona stella. Era molto dispiaciuta di aver perso la collana ma quello non era il momento di pensare come fare a recuperarla.