
L’edificio visto dal di fuori era molto armonioso ed inizialmente Ar non si era accorta che quell’ala era solo una parte del castello.
Un enorme giardino bellissimo e curato circondava la vasta proprietà. Il portone d’entrata era di ferro pesante e dava accesso ad un portico di collegamento tra l’unità principale e quella secondaria. Una cinta muraria, tutt’uno con i piani nobili disegnava il confine con la strada. Sulla sinistra una grande costruzione con ampie finestre verdi in buono stato di conservazione dava l’impressione di non essere abitata.
L’ampio giardino aveva al centro una strana costruzione quadrilatera con scalini e una specie di scultura in pietra a forma di tastiera di pianoforte che suonava, le note erano metalliche simili a quelle di un carillon. La lieve discesa del prato favoriva la corsa verso il confine sud delimitato da una lunga fila di alberi rigogliosi.
Era la prima volta che Ar entrava in quella casa, pur sapendo che la sua famiglia vi risiedeva da tempo.
In quei giorni in paese si celebrava la tipica rievocazione e il castello da li a poco si sarebbe trovato al centro delle attenzioni di tutta la contea.
Prima dell’invasione però lei si godeva la calma prima della tempesta.
D’improvviso sentì un fruscio molto forte, si girò di scatto e vide un enorme uccello che dall’edificio minore si dirigeva verso di lei ad un altezza di circa cento metri. Rimase a bocca aperta e cominciò ad urlare “Madre, madre vieni e vedere, presto”.
La madre corse fuori trafelata pensando fosse successo qualcosa.
“Ah si hai visto che meraviglia” disse sollevata “è una tipica danza di benvenuto, ogni tanto lui si diletta così”.
Ar era estasiata dall’armonia dei movimenti del volatile, planando con le ali disegnava un cerchio nell’aria sempre più stretto finché la sua mole glielo consentiva, ogni tanto guardava giù e faceva uno strano verso.
“Che meraviglia” escamò Ar mai visto niente di simile.
“E’ qui da molti anni” rispose la madre “ne sa più lui di tutti gli abitanti del borgo, non so dirti quanti anni abbia, inoltre è di una specie sconosciuta, un incrocio tra un’aquila e un condor”.
Cru Cru, così lo battezzò Ar, continuò a volteggiare ancora per parecchi minuti mentre la ragazza esaminava a palmo a palmo quella meraviglioso angolo di verde.
E’ vero si aveva un lavoretto da fare ma non trovava ancora l’ispirazione giusta, doveva trascrivere in pezzo che gli ronzava in testa dalla mattina, aveva provato utilizzando il pianoforte di pietra da giardino ma niente. Poi la madre le aveva chiesto se l’aiutava a cercare un po’ di gomme da cancellare tra le carte sparse sui tavoli e lei aveva obbedito senza tanto pensarci.
Mentre gironzolava nei pressi dell’edificio dalle finestre verdi si accorse di una strana scaletta che correva lungo il muro esterno del retro. Sulla sommità una costruzione molto strana, sembrava un nido ma coperto di cera. Certo che quell’animale era davvero originale, comunque non si soffermò molto ad osservare non voleva infatti spaventarlo.
Decise di ritornare in casa per imparare almeno dove fossero le varie stanze. Salì gli scalini e si accorse immediatamente che sulla destra c’era una lunga fila di interruttori strani. Iniziò a schiacciarli un po’ a caso. Con i primi tre non succedeva niente, premette in quarto e subito un fracasso ferroso si distinse nella quiete pomeridiana. Era quello che apriva in cancello di ferro dell’entrata.
“Ah bene” pensò Ar “a questo ci devo stare attenta”. Dopo aver osservato meglio si accorse che ogni bottone aveva infissa una targhetta con delle scritte molto antiche addirittura fatte con un pennino, sbiadite dal tempo ma leggibili.
Mentre il portone si apriva entrò un ragazzo, lei si accorse affacciandosi dalla finestrina che dava sulla strada.
Scese in fretta le scalette e gli chiese “Ciao che succede?”.
“Niente” rispose lui, “sono un po’ in anticipino, adesso arrivano gli altri”.
“Gli altri?” ribattè Ar.
“Ma si la festa, te ne eri dimenticata?”
Ar si rese conto che da li a poco il castelletto sarebbe stato invaso da una folla di persone che lei non conosceva ma che sapevano bene che cosa fare.
Non fece in tempo a girarsi ed altri entrarono e si diressero verso l’edificio minore, già vestiti per l’occasione.
Il primo ragazzo non sapendo chi fosse, si diresse verso la cascinetta e uscì con in grosso telone verde.
“Che fai” chiese Ar.
“Ma niente, questo telone me lo porto a casa, tanto ai proprietari non serve”.
Il poveretto non si era accorto evidentemente con chi aveva a che fare e lei non ebbe il coraggio di dirglielo. “Povero ladro” pensò.
Nel giro di pochi minuti il portichetto era diventato l’ombelico del mondo, ragazze che scaldavano la voce da soprano, ragazzi che preparavano una specie di broda per gli artisti da mangiare subito, altri che si cambiavano d’abito. Ar indossò la sua tunica ben consapevole di essere esattamente nel personaggio.
Dalla pseudo cucina allestita li per li, iniziarono a scodellare una broda veramente strana. Dicevano fosse inglese e già da li le perplessità erano tante. Di colore biancastro non aveva nulla a che vedere con un qualsiasi minestrone. Tutti la mangiarono senza fare tante storie, Ar ne mise in bocca una cucchiaiata, era pessima, ma il cuoco improvvisato era davanti a lei e la guardava aspettando un responso. Controvoglia la mangiò quasi tutta pensando che fosse la cosa più orribile che avesse ingerito da che era al mondo.
Appoggiò il piatto sulla pila che nel frattempo si era formata ed uscì in giardino alquanto disgustata.
A quel punto si ricordò che non aveva chiuso la porta delle stanze private. Salì di corsa le scale, c’era gente dappertutto e la madre non si vedeva. Iniziò a chiamarla a gran voce ma niente.
Alcuni energumeni uscivano dal bagno e senza curarsi appoggiavano sacche e quant’altro dove capitava. Quella situazione la irritava parecchio così fermatasi al centro della cucina iniziò a gridare.
“Signore, scusatemi, signori” nessuno l’ascoltava.
“SIGNORI” a questo punto tutti si fermarono e si rivolsero verso di lei. “Vi prego di uscire tutti di qui”.
“Per quale motivo” rispose una personcina con fare sbruffoncello che scendeva le scale della camera da letto dei nobili.
“Questa è una zona privata, non è aperta al pubblico” urlo Ar.
“Beh allora potevate chiudere la porta” rispose un uomo dalla sala da pranzo che aveva già appoggiato tutte le sue cose sul tavolo.
Ar era molto indispettita, non rispose oltre, tanto era inutile stare li a spiegare, si affacciò alla finestra, vide la biglietteria aperta e tutti i figuranti schierati in bella mostra.